La prima cosa che facciamo, entrando in negozio, è accendere la radio.
È una vecchia philips a due piastre, con manopole e levetta per il volume: lurida, ovviamente.
Il capocommesso ha il suo rituale: accende la radio, mette il suo grembiule, infila i guanti di cotone, poi quelli in lattice, prende la cialda del caffè, si leva i guanti, beve il caffè, rimette i guanti, accende le bilance, si toglie i guanti, va a fumare la sigaretta. Nel mentre io cerco una stazione che trasmetta musica e non parlato, qualcosa che vada bene a chiunque, con un volume non eccessivo ma neppure basso, di solito radio di musica italiana anni sessanta. Sebbene nessuno tocchi nulla, il sintonizzatore a rotella e l’antenna siano sempre nella stessa posizione, ogni mattina bisogna cercare.
Trovarti non è possibile.
No, trovarti non è possibile.
Disperazione e gioia mia
tra radio diggei, capitol e via
sperando che non sia radio simpatia
ma sia quel che sia (ma non radio maria…)
Ho i miei compiti, ormai consolidati. Vado a prendere i cassoni della roba avanzata, carico la merce ricevuta nella notte. Il mollame rollato: calamari, anelli di totano, i moscardini, le seppioline, acciughe, sarde, alacce, il lacustre.
Io non so trovar le trote
io le chiedo ma non ho voce.
E mi manca un po’ il respiro
se le trovo che son marce.
Mi piace mettere i filetti disposti a ventaglio, il cartellino a mo’ di impugnatura, oppure a corolla, il prezzo in centro. Anche se è vietato dalle norme igieniche, è bello lasciare il pesce povero nelle cassette di legno, sa di pescatore che sbarca alle quattro del mattino, imbottito di caffè caldo e sonno, gli stivali a sopracoscia che gocciolano, i piedi che dondolano a papera sulla banchina, gli urli all’asta.
Questa del salmone è la storia vera
che scivolò nel fiume a primavera
ma il peschereccio che lo vide così bello
lo amò subito e lo surgelò in un cristallo.
Intanto tiro su cartoni di polistirolo ormai vuoti, scivolo sul ghiaccio caduto in terra, controllo i prezzi, recupero filetti nelle celle, pulisco il palombo ancora gelato, lavo e affilo i coltelli, parlo coi colleghi, non ho tempo di sentire il freddo, sistemo i tocchi di tonno e spada, passo l’acqua a terra con la canna e la tiro via, metto sul loro banco i mitili, ogni tanto guardo fuori sul piazzale e ogni volta mi accorgo che il buio del mattino cambia sempre più nel chiaro del giorno. Poco prima di aprire le porte prendo anche io il caffè: mi sfilo i tre strati di guanti mentre l’acqua passa attraverso la cialda, zucchero, palettina. Puntualmente mi chiamano: ci sono sempre almeno quattro clienti, tutti pensionati e rompicoglioni, che se non comperano entro le nove non sono contenti. Come se il pesce delle otto e trenta fosse diverso da quello delle diciassette.
vedrai, vedrai
vedrai che un altro lo berrai
forse non sarà domani
ma per la mezza lo berrai
vedrai, vedrai
farai un’altra pausa, sai
non so dirti come e quando
ma vedrai che lo berrai.


Aereosol