fishing dogs

•gennaio 13, 2008 • 6 commenti

L’alluvione arrivò, assieme alla marea – e pure un poco di traboccamento.

Chiamammo l’idraulico. Ci disse: cinquanta euri la chiamata, signò.
E magari era solo pelo di gatto nel tubo, un anello scivolato durante la doccia, un osso di pollo non macerato schifato dai piatti.

Pagammo cinquanta euro e ci disse: dovete cambiare l’acqua.

Così si fece.
Andammo a stendere la rete da pesca altrove, io e la mia famiglia.

 

Lord, here comes the flood.

 fishdogs

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#17 – radio italia anni sessanta

•gennaio 9, 2008 • 3 commenti

La prima cosa che facciamo, entrando in negozio, è accendere la radio.
È una vecchia philips a due piastre, con manopole e levetta per il volume: lurida, ovviamente.
Il capocommesso ha il suo rituale: accende la radio, mette il suo grembiule, infila i guanti di cotone, poi quelli in lattice, prende la cialda del caffè, si leva i guanti, beve il caffè, rimette i guanti, accende le bilance, si toglie i guanti, va a fumare la sigaretta. Nel mentre io cerco una stazione che trasmetta musica e non parlato, qualcosa che vada bene a chiunque, con un volume non eccessivo ma neppure basso, di solito radio di musica italiana anni sessanta. Sebbene nessuno tocchi nulla, il sintonizzatore a rotella e l’antenna siano sempre nella stessa posizione, ogni mattina bisogna cercare.

Trovarti non è possibile.
No, trovarti non è possibile.
Disperazione e gioia mia
tra radio diggei, capitol e via
sperando che non sia radio simpatia
ma sia quel che sia (ma non radio maria…)

Ho i miei compiti, ormai consolidati. Vado a prendere i cassoni della roba avanzata, carico la merce ricevuta nella notte. Il mollame rollato: calamari, anelli di totano, i moscardini, le seppioline, acciughe, sarde, alacce, il lacustre.

Io non so trovar le trote
io le chiedo ma non ho voce.
E mi manca un po’ il respiro
se le trovo che son marce.

Mi piace mettere i filetti disposti a ventaglio, il cartellino a mo’ di impugnatura, oppure a corolla, il prezzo in centro. Anche se è vietato dalle norme igieniche, è bello lasciare il pesce povero nelle cassette di legno, sa di pescatore che sbarca alle quattro del mattino, imbottito di caffè caldo e sonno, gli stivali a sopracoscia che gocciolano, i piedi che dondolano a papera sulla banchina, gli urli all’asta.

Questa del salmone è la storia vera
che scivolò nel fiume a primavera
ma il peschereccio che lo vide così bello
lo amò subito e lo surgelò in un cristallo.

Intanto tiro su cartoni di polistirolo ormai vuoti, scivolo sul ghiaccio caduto in terra, controllo i prezzi, recupero filetti nelle celle, pulisco il palombo ancora gelato, lavo e affilo i coltelli, parlo coi colleghi, non ho tempo di sentire il freddo, sistemo i tocchi di tonno e spada, passo l’acqua a terra con la canna e la tiro via, metto sul loro banco i mitili, ogni tanto guardo fuori sul piazzale e ogni volta mi accorgo che il buio del mattino cambia sempre più nel chiaro del giorno. Poco prima di aprire le porte prendo anche io il caffè: mi sfilo i tre strati di guanti mentre l’acqua passa attraverso la cialda, zucchero, palettina. Puntualmente mi chiamano: ci sono sempre almeno quattro clienti, tutti pensionati e rompicoglioni, che se non comperano entro le nove non sono contenti. Come se il pesce delle otto e trenta fosse diverso da quello delle diciassette.

vedrai, vedrai
vedrai che un altro lo berrai 
forse non sarà domani
ma per la mezza lo berrai 
vedrai, vedrai 
farai un’altra pausa, sai
non so dirti come e quando
ma vedrai che lo berrai.
 

#16 – tempus fugit sine memoria teneo

•gennaio 5, 2008 • 30 commenti

Quando termina tutto c’è sempre un piccolo istante in cui ci si dimentica quando il tutto sia iniziato.
Una piccola morte dei neuroni o, più semplicemente, un oblio piacevole che lasci superare l’attimo del distacco dal momento felice.
Una statistica sempre buona da pubblicare nei settimanali pone come dolori maggiori il mal di denti e il parto.
Eppure continuiamo a masticare, a mordere, a passarci il filo interdentale; siamo sempre lì imperterriti a sentire le lenzuola che si arrotolano tra le caviglie, a chiudere gli occhi sollevando le gambe per ottenere l’effetto gravitazionale, ad accarezzare lo stick del test, ad aspettare facendo attenzione alle gengive e i colletti che si scoprono in un dolore terribile, tutto s’annebbia, morfine ed endorfine, svenire e risalire, sudare e respirare.
E dimenticare.
Sempre nei giornali ci spiegano come sviluppiamo qualcosa, quando soffriamo così tanto.
Abbiamo un neurone o una sacchetta di cellule oppure un armadietto di medicinali per dimenticare il male appena subìto.
Così, noi sentiamo un dolore assurdo, folle, terribile, che ci uccide all’istante: vorremmo crollasse il cielo con tutto quello che contiene, stelle, aerei e piccioni, bestemmiamo e odiamo ogni forma vivente nel raggio di ventisei centimetri per, all’improvviso, appena stiamo bene, dimenticarci di cosa abbiamo sofferto.
E torniamo, imperterriti, a lavarci i denti poco e male e a figliare.
Il neurone della dimenticanza ci fa scordare quando e come sia iniziato ciò che ci ha fatto sentire dolore, perché noi si possa ripeterlo, rifarlo, riprovarlo.

Aiuto la cassiera a staccare dai faretti alogeni le decorazioni natalizie.

#15 – city escapes

•dicembre 28, 2007 • 6 commenti

Vedo che fa di tutto per farsi servire da me. Fa passare chi ha davanti, in modo da poter statisticamente essere servito da me.
Cosa abbia di speciale, io, non lo so. Cosa abbia di speciale lui lo vedo io: ha i capelli castani, occhi azzurri, viso regolare, mento poco squadrato. In una mano tiene il casco della moto, indossa una giacca dainese. Allungo il collo: c’è una hornet, parcheggiata, non uno scatolame a forma di motoretta.
Mi sorride, mi guarda, mi segue lungo il banco e finalmente siamo solo io e lui, con una distesa di ghiaccio attorno, io sospesa con un grembiale inzaccherato, lui con una tartaruga di cuoio sulla schiena.
Che cosa può accadere in cinque minuti di vita? Ci si può innamorare, si fanno dei figli, si ride e si discute, si cambia lo stereo, si pulisce la cassetta dei gatti, si guardano di nascosto gli sms del suo cellulare, si litiga, si dividono i dischi, si consegnano le chiavi.

Siamo andati ad abitare a Savona, perché a me piace, da bambina ci ho vissuto parecchio. Vista sul porto antico, un palazzo all’inizio di via Paleocapa, in lontananza le petroliere passano e sbuffano. Dietro abbiamo il mercato del pesce, e il vecchio ristorante che ti fa la farinata al taglio e ti dà i pezzi nella carta da macellaro: ne abbiamo pigliate due porzioni a testa e alla fine io avevo ancora fame, gli ho rubato i rimasugli e volevo baciarlo per pigliargli il boccone che aveva in bocca. Ma ha deglutito più veloce di me. Una signora vecchia ci guardava dalla pensilina del pullman, quello che ti porta alla stazione. Abbiamo fatto una corsa veloce per acchiappare il treno delle diciassette e zero cinque per Torino che se facevamo in tempo poi da Porta Nuova era un attimo arrivare da Maschio, basta che scarpiniamo un po’, abbiamo tracimato mano nella mano i portici e girato in piazza Castello e sentito da lontano il puzzo del McDonald e finiti davanti alla vetrina dei dischi abbiamo notato che i dischi mica c’erano più, adesso vendono scarpe e roba da indossare e a me è venuta la tristezza così mi ha abbracciata e detto: ti riporto a casa. Ma casa dov’è, adesso, che è pure buio e non troveremo la via, in questi palazzi tutti uguali, il taxi su cui siamo saliti lo guida un tizio che parla pure male l’italiano e tiene la radio accesa e mentre ti bacio scopro che ci fissa nello specchietto retrovisore, mi dicesti ti porto a casa ma mentivi, non era così,

Prego, tenga lo scontrino, le preparo il suo sacchetto, buonasera.

# 14 – gelo

•dicembre 23, 2007 • 3 commenti

Il cortile è talmente pieno di automobili parcheggiate che la neve neanche riesce a scendere.
Il negozio è così pieno che neppure riusciamo a vedere le macchine e la neve che fatica a trovare l’asfalto dove posarsi.
Non si sa chi si stanchi prima: noi di vedere oltre le teste o i fiocchi di cadere. La neve gira in pioggia nel momento in cui torniamo a correre lungo il bancone.

Le domande son sempre le stesse. È fresco, è di oggi, posso surgelare, mi dura fino al venticinque.
A voce la risposta è sì. A mente, come ovvio, è no.
Come possano pensare che arrivi il carico di domenica, quando dal pomeriggio precedente il traffico ai mezzi pesanti è interdetto, resta un mistero. Come possano pensare di surgelare, quando il massimo di congelamento di un freezer domestico è un ghiacciolo al limone, è un’incognita. Come possano pretendere di far durare dei gamberoni per due giorni, un’utopia.

Ma sorridi, dici auguri buone feste sporgendo il sacchetto pieno di orate e branzini, ti viene la battuta al fulmicotone mentre ravani tra gli scampi alla ricerca di quelli con tutte le due chele e li trovi sempre zoppi o focomelici, stai per commentare con un bel ueilà, la fiera dello zoppo! e il cliente davanti a te cammina con un bastone, oppure evisceri un’orata con la pancia gonfia di uova ed esclami minchia mi sento tanto una mammana che fa abortire di nascosto e poi dai il pacchetto a una incinta di almeno sette mesi.

Sorridi e vai avanti, proponi ricette inventate al momento o ripeti per l’ennesima volta come bollire la piovra o fare le seppioline in umido, sorridi vai avanti e vacilli leggermente solo quando la cliente davanti a te ha la pelliccia e il colbacco.

Sembra, quest’anno, sia di gran moda il colbacco en pendant con la pelliccia. Colbacchi bianchi, neri, melange grigio, fiammati bruni. Un’esposizione universale di gatti morti in testa e di orsi incazzati sulle spalle.

L’ultimo inverno davvero rigido è dell’ottantacinque. Talmente tanta neve che a Torino chiamarono l’esercito a spalare le strade.
Dopo allora un crescendo di allarmi per l’innalzarsi delle temperature, scioglimento dei ghiacci, clima involutivo al caldo in un ciclo di tre lustri che scopre i cadaveri dei soldati della prima guerra mondiale sepolti dal nevicare sui passi del nord est.

Stiamo andando verso la fase tropicale del ciclo e queste si presentano in pelliccia.
Col colbacco.

Alzo lo sguardo oltre le teste: in cortile, tra le auto, nevica di nuovo.

#13 – scendo il cane che lo piscio

•dicembre 17, 2007 • 6 commenti

Non sono più abituata a questo caldo.
Al caldo nelle case, ai muri che invece di disperdere incassano, raccolgono.
I termosifoni pompano aria bollente, il muco nel naso si secca e al mattino mi ritrovo due tappi al posto delle narici, con le dita che corrono alla voglia di scardinarli: la voce di mia nonna, lascia stare i topolini, mi blocca. Anche se sono da sola uno spettatore invisibile mi inchioda e allora prendo un fazzoletto, soffio, starnutisco, muovo il naso. Poi mi scoccio e infilo il dito e scavo e se sono davvero incazzata gioco a biglie invisibili e chissà dove finisce quella roba che ho scavato e lanciato, sotto un mobile, su un muro, da qualche parte, in attesa della decomposizione o di un aspirapolvere.

Ricordo a scuola una che se lo appiccicava ai capelli.
Li aveva neri, lucenti, anzi, grassi. Era brutta da paura, piena di brufoli. E si appiccicava le caccole del naso nei capelli.

La differenza di temperatura salta sulla pelle uscendo sul balcone a fumare. La stanza che ho preso è per non fumatori e per correttezza esco fuori ad accendermi la sigaretta. Non sono di turno fino a giovedì: ho preso il treno e sono andata in vacanza al mare. Che d’inverno è più freddo che altrove.

Nevica.

La neve scende sull’acqua, che la scioglie. I pesci nuotano nella neve. Quanta neve ci vuole perché la salinità si addolcisca -ph, acidi e alcali, in mezzo le cozze abbarbicate alle funi di coltura aprono le valve e mangiano il sale e i fiocchi di neve.

In camera la temperatura è di circa ventitrè gradi. Fuori, lo zero perfetto. Passa un uomo con un cane, tutti e due hanno un cappotto, la testa imbiancata. Il cane urina contro un muricciolo. Li guardo dal finestrone della stanza, vestita di reggiseno e slip.

Tu stai a casa fino a mercoledì compreso. Okay. Niente freddo fino a giovedì mattina, goditi il caldo del riscaldamento centralizzato.

Prendo il treno e vado al mare, allora. Mi regalo tre giorni di albergo davanti alla spiaggia ghiacciata.

Il vecchio cammina lento, si ferma e si gira a guardare il cane quando questo si blocca ad annusare per terra. Hanno la neve addosso sempre più fitta: l’uomo strattona il guinzaglio, camminano, di nuovo fermi, annusata, pipì, strattone, camminare, fermarsi, odorare, pisciare, così fino all’angolo della strada, dove svoltano sparendo alla mia vista. Mi metto maglione e jeans e calzettoni, esco sul balcone a fumare.

rael_canepiscio.jpg

#12 – sfilettare

•dicembre 13, 2007 • 7 commenti

La strada è congestionata: sono tutti fermi. Sulle auto si forma una nuvola di monossido di carbonio, pulviscolo ed esalazioni di arbre magique. Intravedo in un abitacolo una donna che ne approfitta per truccarsi. I veicoli iniziano a scorrere lenti, la donna scompare alla mia vista. Si muovono e scompaiono, letteralmente. La strada ora è vuota, non passa più nessuno.
E. dice allarmata: sarà successo qualcosa. Io socchiudo gli occhi, la mia visuale si offusca di lacrime e ciglia che occupano l’iride. So già cosa accadrà fra poco, solo che sarà una macchietta, una parodia. I clienti dentro si agitano, restano col sacchetto in una mano e lo scontrino che sbuca dall’altra: quando dico lapidaria “È meglio che usciate ora sennò restate fermi qui per un po’” si guardano in giro, non capiscono.

Troppo tardi.

Prima i poliziotti. Accompagnano l’auto di servizio, come al funerale i partecipanti seguono il feretro: solo che loro lo precedono, lo circondano. Sembra quasi che la spingano, la volante -una Punto, neanche una macchina seria, che so, un’Alfa o un Bmw, no, una misera e autarchica Punto- e chiaccherano, si guardano attorno, un agente dà una pacca sulla schiena ad un altro. Destabilizzante vedere un poliziotto comportarsi come una persona normale che ride e scherza: il manganello e la pistola ai fianchi, il cappello e le scarpe rendono disumano l’agente, non è amico, è inquisitore. Non come il carabiniere, vestito come un tacchino, così umano, così a portata di confidenza e di barzelletta: se mi accadesse qualcosa vorrei vicina l’umanità del caramba, non la militarizzazione del pulotto. Sensazioni smentite da amici che han fatto anni di polizia, ma difficili da scacciare, un condizionale presente di celerini e fumogeni.
E poi arriva la macchina dei dimostranti, bardata a festa come quando vinciamo il mondiale di calcio. Dietro, un centinaio massimo di manifestanti, conto più bandiere diverse che scioperanti.

Li guardiamo passare, i clienti si chiedono come uscire. Li rassicuro: durerà al massimo cinque minuti. Così è.

Ripenso alla marcia dei quarantamila. Ero piccola, troppo, ancora non disegnavo la A di Anarchia sullo zaino di scuola senza sapere che significasse e il logo dei Sex Pistols senza aver mai sentito una loro canzone. Affiancavo la scritta The Clash. Un po’ per uno che non fa male a nessuno. Mia madre raccontava in casa delle brugole infilate negli armadietti dai kapò: a fine turno ispezione, spuntava fuori la brugola, l’operaio licenziato in tronco per furto. Venne Ottobre, non ricordo se facesse freddo o, come ora, l’estate si aggrappasse fino all’ultimo a sputare il caldo. Venne Ottobre e si diceva: colletti bianchi. Io ero piccola, troppo. Presa a osservare mio fratello così piccolo, nato da pochi mesi, a imparare a cambiare pannolini. Se cento persone impiegano cinque minuti a sfilare, quanto ci misero quarantamila? E i pulotti ridevano e scherzavano?

Sembra quasi che spingano la macchina, per risparmiare la benzina. Sono allegri. Li vedi, che sono allegri. Non sono incazzati, non sono impiegati in asemblea al teatro Nuovo. Finisce il corteo, qualche finto celerino a chiuderlo. Ancora silenzio, ritorna il traffico, prima congestionato e poi scorrevole. Finisce la pausa pubblicitaria, si potrebbe dire.

“Io queste cose non le capisco” dice un cliente. Indossa un loden, un loden vero, non un cappotto di lana verde. Costerà come il mio soggiorno nuovo dell’ikea.
“Anche io non le capisco. Non capisco perché abbiano buttato nel cesso così la dignità. Cosa mi significa una marcetta di pochi minuti. Trovo più gente a ritirare i premi al supermercato quando sta per scadere la fidelity card”.
“Ecco, vede?”
“Sa cos’è? Che il vero sciopero sarebbe lavorare di concerto. Non minacciare chissà che a ogni cambio contrattuale. Non avvertirmi due mesi prima che il giorno tal dei tali non potrò andare in treno. Cosa mi significa due ore di sciopero: son solo due ore di risparmio di stipendi, l’ennesima stupidaggine”.
“Lei ha ragione! Io ai miei dipendenti lo dico sempre: se scioperate vi danneggiate da soli!”
“Oggi come oggi è il solo significato di uno sciopero, in effetti”.
“Tanto son sempre quei due o tre a far casino, gli altri lavorano eccome, ho un paio di negretti che altro che scioperare, quelli devono mangiare!”
“Non avevo dubbi”.
“Sono delle schiene diritte!”
“No, sono utopisti mischiati ad approfittatori. Non capiscono che il vero sciopero sarebbe rendersi competitivi e dignitosi nelle rivendicazioni. In questi giorni han solo dato l’ennesima spallata alla credibilità aziendale italiana”.
“Vede? Vede? Lo dico sempre io! Lei la pensa come me!”
“Io sono comunista”.

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