#12 – sfilettare

La strada è congestionata: sono tutti fermi. Sulle auto si forma una nuvola di monossido di carbonio, pulviscolo ed esalazioni di arbre magique. Intravedo in un abitacolo una donna che ne approfitta per truccarsi. I veicoli iniziano a scorrere lenti, la donna scompare alla mia vista. Si muovono e scompaiono, letteralmente. La strada ora è vuota, non passa più nessuno.
E. dice allarmata: sarà successo qualcosa. Io socchiudo gli occhi, la mia visuale si offusca di lacrime e ciglia che occupano l’iride. So già cosa accadrà fra poco, solo che sarà una macchietta, una parodia. I clienti dentro si agitano, restano col sacchetto in una mano e lo scontrino che sbuca dall’altra: quando dico lapidaria “È meglio che usciate ora sennò restate fermi qui per un po’” si guardano in giro, non capiscono.

Troppo tardi.

Prima i poliziotti. Accompagnano l’auto di servizio, come al funerale i partecipanti seguono il feretro: solo che loro lo precedono, lo circondano. Sembra quasi che la spingano, la volante -una Punto, neanche una macchina seria, che so, un’Alfa o un Bmw, no, una misera e autarchica Punto- e chiaccherano, si guardano attorno, un agente dà una pacca sulla schiena ad un altro. Destabilizzante vedere un poliziotto comportarsi come una persona normale che ride e scherza: il manganello e la pistola ai fianchi, il cappello e le scarpe rendono disumano l’agente, non è amico, è inquisitore. Non come il carabiniere, vestito come un tacchino, così umano, così a portata di confidenza e di barzelletta: se mi accadesse qualcosa vorrei vicina l’umanità del caramba, non la militarizzazione del pulotto. Sensazioni smentite da amici che han fatto anni di polizia, ma difficili da scacciare, un condizionale presente di celerini e fumogeni.
E poi arriva la macchina dei dimostranti, bardata a festa come quando vinciamo il mondiale di calcio. Dietro, un centinaio massimo di manifestanti, conto più bandiere diverse che scioperanti.

Li guardiamo passare, i clienti si chiedono come uscire. Li rassicuro: durerà al massimo cinque minuti. Così è.

Ripenso alla marcia dei quarantamila. Ero piccola, troppo, ancora non disegnavo la A di Anarchia sullo zaino di scuola senza sapere che significasse e il logo dei Sex Pistols senza aver mai sentito una loro canzone. Affiancavo la scritta The Clash. Un po’ per uno che non fa male a nessuno. Mia madre raccontava in casa delle brugole infilate negli armadietti dai kapò: a fine turno ispezione, spuntava fuori la brugola, l’operaio licenziato in tronco per furto. Venne Ottobre, non ricordo se facesse freddo o, come ora, l’estate si aggrappasse fino all’ultimo a sputare il caldo. Venne Ottobre e si diceva: colletti bianchi. Io ero piccola, troppo. Presa a osservare mio fratello così piccolo, nato da pochi mesi, a imparare a cambiare pannolini. Se cento persone impiegano cinque minuti a sfilare, quanto ci misero quarantamila? E i pulotti ridevano e scherzavano?

Sembra quasi che spingano la macchina, per risparmiare la benzina. Sono allegri. Li vedi, che sono allegri. Non sono incazzati, non sono impiegati in asemblea al teatro Nuovo. Finisce il corteo, qualche finto celerino a chiuderlo. Ancora silenzio, ritorna il traffico, prima congestionato e poi scorrevole. Finisce la pausa pubblicitaria, si potrebbe dire.

“Io queste cose non le capisco” dice un cliente. Indossa un loden, un loden vero, non un cappotto di lana verde. Costerà come il mio soggiorno nuovo dell’ikea.
“Anche io non le capisco. Non capisco perché abbiano buttato nel cesso così la dignità. Cosa mi significa una marcetta di pochi minuti. Trovo più gente a ritirare i premi al supermercato quando sta per scadere la fidelity card”.
“Ecco, vede?”
“Sa cos’è? Che il vero sciopero sarebbe lavorare di concerto. Non minacciare chissà che a ogni cambio contrattuale. Non avvertirmi due mesi prima che il giorno tal dei tali non potrò andare in treno. Cosa mi significa due ore di sciopero: son solo due ore di risparmio di stipendi, l’ennesima stupidaggine”.
“Lei ha ragione! Io ai miei dipendenti lo dico sempre: se scioperate vi danneggiate da soli!”
“Oggi come oggi è il solo significato di uno sciopero, in effetti”.
“Tanto son sempre quei due o tre a far casino, gli altri lavorano eccome, ho un paio di negretti che altro che scioperare, quelli devono mangiare!”
“Non avevo dubbi”.
“Sono delle schiene diritte!”
“No, sono utopisti mischiati ad approfittatori. Non capiscono che il vero sciopero sarebbe rendersi competitivi e dignitosi nelle rivendicazioni. In questi giorni han solo dato l’ennesima spallata alla credibilità aziendale italiana”.
“Vede? Vede? Lo dico sempre io! Lei la pensa come me!”
“Io sono comunista”.

SFILettARE

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~ di thefamilyandthefishingnet su dicembre 13, 2007.

7 Risposte to “#12 – sfilettare”

  1. Il cane di Pavlov sorride. Guarda, subito.

  2. Il festival dei luoghi comuni

  3. Chiusa fantastica.

  4. scioperare non ha più senso, perchè non c’è più solidarieta tra gli operai…

  5. Ciao,
    arrivo da Makkox. Lo devo ringraziare perchè non sapevo di te e mi perdevo una persona che sa raccontare in un modo che coinvolge davvero tanto.
    Non ho letto tanto, ancora, ma conto di mettermi in pari. Ne vale la pena.

  6. [*jd: è dal ’77 che sento dire la frase che hai scritto. Ma allora era una voce messa in giro dai padroni.. 🙂 ]

  7. ..i capi in loden.. l’ultima del mio capo: “qui dentro nessuno è indispensabile…” (tranne te? aggiungo io), mi sa che finiamo peggio dei cinesi.

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