#13 – scendo il cane che lo piscio

Non sono più abituata a questo caldo.
Al caldo nelle case, ai muri che invece di disperdere incassano, raccolgono.
I termosifoni pompano aria bollente, il muco nel naso si secca e al mattino mi ritrovo due tappi al posto delle narici, con le dita che corrono alla voglia di scardinarli: la voce di mia nonna, lascia stare i topolini, mi blocca. Anche se sono da sola uno spettatore invisibile mi inchioda e allora prendo un fazzoletto, soffio, starnutisco, muovo il naso. Poi mi scoccio e infilo il dito e scavo e se sono davvero incazzata gioco a biglie invisibili e chissà dove finisce quella roba che ho scavato e lanciato, sotto un mobile, su un muro, da qualche parte, in attesa della decomposizione o di un aspirapolvere.

Ricordo a scuola una che se lo appiccicava ai capelli.
Li aveva neri, lucenti, anzi, grassi. Era brutta da paura, piena di brufoli. E si appiccicava le caccole del naso nei capelli.

La differenza di temperatura salta sulla pelle uscendo sul balcone a fumare. La stanza che ho preso è per non fumatori e per correttezza esco fuori ad accendermi la sigaretta. Non sono di turno fino a giovedì: ho preso il treno e sono andata in vacanza al mare. Che d’inverno è più freddo che altrove.

Nevica.

La neve scende sull’acqua, che la scioglie. I pesci nuotano nella neve. Quanta neve ci vuole perché la salinità si addolcisca -ph, acidi e alcali, in mezzo le cozze abbarbicate alle funi di coltura aprono le valve e mangiano il sale e i fiocchi di neve.

In camera la temperatura è di circa ventitrè gradi. Fuori, lo zero perfetto. Passa un uomo con un cane, tutti e due hanno un cappotto, la testa imbiancata. Il cane urina contro un muricciolo. Li guardo dal finestrone della stanza, vestita di reggiseno e slip.

Tu stai a casa fino a mercoledì compreso. Okay. Niente freddo fino a giovedì mattina, goditi il caldo del riscaldamento centralizzato.

Prendo il treno e vado al mare, allora. Mi regalo tre giorni di albergo davanti alla spiaggia ghiacciata.

Il vecchio cammina lento, si ferma e si gira a guardare il cane quando questo si blocca ad annusare per terra. Hanno la neve addosso sempre più fitta: l’uomo strattona il guinzaglio, camminano, di nuovo fermi, annusata, pipì, strattone, camminare, fermarsi, odorare, pisciare, così fino all’angolo della strada, dove svoltano sparendo alla mia vista. Mi metto maglione e jeans e calzettoni, esco sul balcone a fumare.

rael_canepiscio.jpg

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~ di thefamilyandthefishingnet su dicembre 17, 2007.

6 Risposte to “#13 – scendo il cane che lo piscio”

  1. Il tempo arrancherà (splendido post inerziale).
    Ma il problema resta:

    Férie

    o

    Fèrie?

  2. …sembra in bianco e nero, splendide le cozze natalizie, m’hai fatto venir voglia di un souté.

  3. Uh, ì.

    Non avevo considerato.

  4. Ricordo a scuola una che se lo appiccicava ai capelli.
    Li aveva neri, lucenti, anzi, grassi. Era brutta da paura, piena di brufoli. E si appiccicava le caccole del naso nei capelli.

    Invece quelli di un’altra classe, quando io facevo le medie, avevano un professore che si scaccolava le orecchie coi tappi delle bic.
    Si chiamava Minoja.
    [Dico come si chiamava perché tanto ormai dev’essere morto (apposta ho scritto “si chiamava”)].

  5. Mi rendo conto solo ora che a scuola ne succedevano di cotte e crude (non le cozze che vi viene il colera).

  6. […] mi  dice ok. Più tardi li vedo pubblicati. Grandissima gioia e soddisfazione. Dei due preferisco questo. Secondo me ha lo stile che meglio si adatta al ruolo di comprimario. Proverò a farne altri […]

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