#11 – tempistiche

•dicembre 7, 2007 • 9 commenti

Devi lavorare anche oggi pomeriggio.
Va bene.
Dobbiamo pulire.
Va bene.
Sotto Natale sarà il delirio.
Va bene.
Dobbiamo mettere le decorazioni.
Va bene.
I turni saranno un disastro.
Va bene.
Aspetteremo Gennaio come le vacanze.
Va bene.
Prendi le sogliole?
Va bene.
Come va?
Va bene.

tempistiche

#10 – dormienti

•dicembre 1, 2007 • 13 commenti

Sono quasi le otto.
Mi sono svegliata alle sei.
Caffè, sigaretta, bagno, mi lavo col sapone anche i capelli perché ieri sera non ho fatto la doccia, dopo il lavoro. Seduta sul water i gatti mi guardano e miagolano disperati la dose di scatoletta. Mi lavo a pezzi, metto nella cesta della biancheria sporca il pigiama, le mutandine. Tengo la canotta, non indosso il reggiseno. Caffè, sigaretta, di nuovo. Mentre nel microonde la tazzina gira, guardo il post-it sul frigorifero.
Sabato: 9-12; 15,30-19. Ho per l’ennesima volta sbagliato l’orario.

Cazzo. Cazzo, cazzo, cazzo. Ancora cazzo, cazzo a destra, cazzo a sinistra, cazzo il caffè, cazzo la sigaretta, cazzo i gatti, cazzo i calzini, cazzo i jeans sul divano pronti da indossare, cazzo l’eye liner che asciuga prima di smorzarlo con l’ombretto, cazzo il cellulare in borsa, cazzo la luce di latte fuori dalla finestra. Cazzo su e cazzo giù.

Almeno nevicasse, per giustificare la sveglia due ore prima del dovuto. Spalare una trincea per raggiungere l’auto, la spatola di plastica a scoprire l’alcova  ghiacciata nell’abitacolo, pregustare la paura di slittare e schiantarmi contro un muro oppure un camion lento e prudente – no, l’assicurazione non pagherebbe.
Oppure piovesse, acqua che si fonde nelle pozze per terra, umido ovunque, l’ombrello che si infila nelle mani e nell’orlo dei pantaloni.

Sereno, appena un po’ di brina gelata sulle aiuole e due ore di televisione fumando e combattendo contro il torpore del sonno dimenticato. Se mi addormentassi mi sveglierei verso le nove, l’orario giusto segnato sul biglietto attaccato sul frigorifero. Dò da mangiare agli animaletti domestici. Finisco di truccarmi. Allaccio gli anfibi. Chiudo la porta, scendo le scale, apro l’auto, metto in moto, accendo l’autoradio, parto. Cazzo, cazzo, cazzo.

dormienti

#9 – di fondo, a fondo

•novembre 27, 2007 • 7 commenti

La scorsa settimana una pattuglia di carabinieri mi ferma, mi fa notare che non ho fatto la revisione e mi ritira il libretto di circolazione appioppandomi una multa di ben trecentomila lire.
La punizione vera e propria, scopro oggi, è andare, dopo aver pagato la multa e revisionato l’automobile, all’ufficio immatricolazione, preposto al rilascio vidimato controllato archiviato registrato e ancora timbrato e anche firmato nonché delegato del libretto ritirato.

In questi luoghi, dove anche uno starnuto sembra necessitare di un regolamento interno approvato dalle rappresentanze sindacali e che vive di trucco esagerato di fianco a gilets di lana pettinata alla macchinetta del caffè ogni qualvolta l’impiegato -statale? parastatale? autostradale?- decida di andare in pausa, io mi estranio.
Una volta raccattato il numero del mio turno, il tempo scorre lento e veloce senza che io me ne accorga: assolutamente non penso, non parlo, non guardo, mal che vada cammino fissando poster appesi alle pareti più sporchi e stracci dei muri stessi.

Affianco al termosifone è appoggiato un ragazzo che vedo spesso al venerdì comperare pesce.
Viene con la sua ragazza, spagnola o sudamericana.
Hanno stampato in fronte E-Ras-Mus.
Non sono granché entrambi: lei ha il fascino della straniera, un abbigliamento che definire l’antitesi del coordinato sarebbe una gentilezza, ha un naso adunco in mezzo a due occhi profondissimi. Lui porta i capelli arruffati in dreadlocks, qualche brufolo gli arrossa il collo e la barba. Ha la carnagione chiara, efelidi sparse.
Sono sporchi. Lo capisci da un’aura che si portano addosso, di fare sesso senza preoccuparsi dell’igiene intima prima, di calzini che durano anche tre o quattro giorni, di cottonfioc usati per dipingere motivi etnici e antimodaioli su scatoline di legno peruviano comperate al negozio equo e solidale. Son zozzi e neanche se ne accorgono.

Me ne accorgo io di quanto siano lerci, da quel che comperano. Prendono cefali, triglie, pesce povero e di fondale. Lei assolutamente non vuole che glielo si evisceri. La prima volta che è successo lui le ha chiesto perché. Lei piano ha risposto che si mangia tutto. Lui subito non ha capito cosa significasse tutto. Poi ha compreso. Ed è sbiancato.

Mangiare teste ed intestini a ritmo di nacchere tra un libro di Chomsky  e un bastoncino d’incenso deve avergli fatto passar la voglia del vivere fou et libre, almeno lontano da lei.
È appoggiato alla mensola sopra il termosifone, in giacca e cravatta, i dreadlocks ordinatamente imbrigliati sotto un zuccotto di lana che per le dimensioni sembra un missile pronto al lancio. Ha tra le gambe una ventiquattrore, in mano fascicoli e fogli, è certamente lì per conto di un’agenzia automobilistica. 
Non ha preso il numero di turno. Appena nessuno risponde a una chiamata si fionda allo sportello, complimentandosi con l’impiegata per quanto sia furbo ad approfittare di queste occasioni. Sento lei dirgli piano che tirerà le sue pratiche per un bel po’, così dopo potranno prendere un caffè assieme.

#8 – soffici sapori

•ottobre 19, 2007 • 6 commenti

Sto ancora ridendo: lavando il pavimento la cassiera è volata piedi all’aria, come in un film muto. Poco dopo però io mi son girata di scatto e mi son piantata nella tempia la macchinetta sparanumeri per regolamentare la coda dei clienti.
Ora ho un livido che gira dall’orbita dell’occhio, verso lo zigomo, scendendo sulla mascella. Rido, sì, non troppo, ché fa dolore.

Mi faccio sempre male sui luoghi di lavoro.
Mi son strappata la schiena; ho fatto di faccia una rampa di scale giù verso il piano inferiore; mi son rovesciata addosso uno scaffale di bottiglie; mi son quasi rotta un polso; sono svenuta, influenzata, caduta, dissanguata. Ho corso per un cortile con attaccato all’avambraccio un pastore tedesco che me lo azzannava. Mi son presa una scossa elettrica con un tostapane, ustionata una mano incendiando una tovaglia.
Come una sorta di rito scaramantico, impronto un qualcosa di mio, fisico sul luogo di lavoro: è pacifico, ormai, dopo diciott’anni di contributi, che qualcosa la mia disattenzione fisiologica lasci come pegno alla busta paga.

Qui, ho dato finora un dito infilzato dalla pinna dorsale di orate e branzini, una caviglia contro il transpallet, un polso a reggere la porta della cella che mi è fuoriuscita dalle guide e, appunto, mezza faccia contro la palina-numerini-come-in-gastronomia.

Mentre ridevo della cassiera che imitava ridolini.

Io facevo ric e gian.

La mezza faccia semiparalizzata doppia la sensazione papillativa che sento spesso la sera, quando mi affloscio sul divano e chiudo gli occhi.
Sento in bocca il sapore del pesce. Sento il sapore dei totani, dei pagelli, dello stocco bagnato. Il sale del baccalà mi frigge le gengive, il grasso del salmone si scioglie sulla lingua, il metallico delle seppie nere mi asciuga il palato.
Il tatto si fonde con la saliva. Stranissimo, e fastidioso.

La cassiera s’è alzata, è venuta in mio soccorso tenendosi le mani sulle reni e ha paventato mi fossi procurata una commozione cerebrale, dicendo di una mia futura morte improvvisa per esplosione di vene nel cervello. Poiché non son persona che serba rancore, ho atteso qualche ora prima di raccontarle di microfratture alla cervicale e il collo che si frantuma inspiegabilmente anni e anni dopo, magari sollevando un vaso di gerani.

#7 – carmina burana

•ottobre 2, 2007 • 4 commenti

Entra con carrozzino doppio. Due gemelli. Capelli rossi lei, capelli rossi i bambini. Ha molti braccialetti ai polsi, è vestita color panna, lino. I bambini sono precisini, tranquilli, han su una felpa blu uguale entrambi, jeans, geox rosse con le suole immacolate ai piedini. Anche lei ha snikers di marca, color crema. Sulla pelle delle clavicole che si intravede dalla camicetta aperta ha lentiggini. È molto, molto bella.
Entrano con i bambini arrampicati al collo. Stanchi: sia i figli che i genitori. Attraverso le gambine che si agitano, le manine che non stanno ferme, si vedono maglie con marchi di discount sportivi. Il padre porta scarpe antinfortunistiche, la le dita screpolate e con nero che si è fissato nella pelle a ragnatela. La madre è terribilmente scialba e brutta. Ha il sedere sformato, i capelli bruni sporchi.

Affiancati, tutti e sette, sembrano una pubblicità sociale.
Prima e dopo la cura, ottenuto o no il prestito alla finanziaria,  fatta la vacanza a Sharm ash Shaykh oppure no.

La rossa indica con un dito il palombo, solleva un sopracciglio: ha le spine? È fresco? (È pescato? È un pesce?)
La bruna indica due cefali. Solleva la faccia: ci sono più piccoli? È fresco? (È pescato? È un pesce?)

Mustelus mustelus. Diamo a bambini con capelli arancioni il cugino atlantico dello squalo che trancia gambe a surfisti australiani. Impaniamo il parente stretto della prionace glauca per cui ci indignamo quando gli asiatici la pescano, le tagliano la pinna e poi la spediscono a ristoranti simil Nobu.
Mugil cephalus. Vive nella spazzatura. Negli angiporti. Negli scarichi a mare delle fognature. La sua pelle compatta odora di idrocarburi. Lo facciamo spesso bollito, per i bambini arrampicati al nostro collo, e schiumiamo via dalla pentola chiazze giallastre oleose dall’acqua che sobbolle.

Il coltello dalla parte del manico è sempre di chi non ti dice cosa.
Eccetto quando.

Quando arrivi a casa e a un telegiornale nazionale della sera fanno un’inchiesta, tanto per tirare la sigla finale sui titoli di borsa, che svela l’incredibile verità: il palombo è squalo, mangiamo lo squalo, al ristorante invece dello spada ci danno la verdesca che è uno squalo, probabilmente siam venuti su a bastoncini di squalo. Senza contare il mercurio.
Un’intera generazione che ha geneticamente inserito nel cervello: dududududududududuuuuuuuududududududu. E si mette termometri nel culo.

Quando arrivi a casa e dei pazzoidi in trasmissioni culinarie si raccomandano di squamare il pesce. Anzi. Fatelo fare in pescheria. Massì, fatelo fare in pescheria, di squamare. E tagliare la testa. Ed eviscerare. E mi trancia la coda? Le trancio la coda. E me lo lava? E glielo lavo. E me lo? E glielo cucino, e glielo mangio, e glielo digerisco, signora.

Domani, squamare. Domani, il palombo rimarrà invenduto.
 

#6 – di-s-cordanze

•settembre 15, 2007 • 7 commenti

Alla televisione trasmettono un film di spionaggio con un tizio col cognome ripetuto due volte, intervallato dal nome. Abbastanza ridicolo, come sempre, non fosse per la sigla, l’unica cosa che ho sempre amato di questa interminabile saga.
E mi accorgo che non mi ricordo del tutto di oggi, in negozio.
Non ricordo ogni pesce che ho venduto, quello che ho preso nella cella di carico, ogni cliente entrato e uscito dalle porte scorrevoli, se ho sbagliato conti, se ho sorriso male a qualche vecchia.

Quando, anni e anni fa, ebbi l’esaurimento nervoso, scoprii la gioia del non ricordare. Non dimenticare, che implica disattenzione, cattiveria. Proprio non ricordare. Non ricordare di una camicia comperata e scoprirla nell’armadio assieme ad altri abiti non indossati. Non ricordare la trama di un libro, e rileggerlo. Non ricordare una persona, e reincontrarla.

L’esaurimento nervoso, non curato, forse per dimenticanza, portò velocemente alla bulimia e a una serie di anni in cui vivere velocemente e superficialmente era la regola, assieme al jeans rigorosamente levi’s, la camicia ralph lauren e l’anfibio morbido da anni di uso. Velocemente e superficialmente quanto le taglie che si rimpicciolivano. Ho un buon ricordo della bulimia, tolti l’odore di vomito, la pelle gialla, l’aria emanciata e i crampi allo stomaco anche ad inghiottire e trattenere una caramella. C’era il culo piccolo, la coscia da chiudere nel palmo della mano, lo stomaco incavato, la clavicola contro la spallina del reggiseno. Esteticamente, molto bello. E dimenticarsi che non era sano.

La dimenticanza, di per sé, è bella. Ottima, oserei dire. Aiuta. Lima. Seleziona. Toglie ciò che dimentichi, lasciando quel che sarà non dimenticato. Difficile dimenticare cosa è bello ricordare. Impossibile resistere all’emozione di ricordare all’improvviso cosa è stato dimenticato.

Ricordo che stamattina, verso le dieci, una signora che viene sempre di sabato con la propria badante, una ragazza dell’est con un seno pesante e una bella pelle del viso, molto giovane, con uno sguardo cattivo, ha dimenticato di prendere il sacchetto. Al banco diamo il pre-scontrino, il cliente paga e poi ritira la spesa. La signora anziana con la badante ha scelto le cose per sé: del palombo scongelato, due filetti di sogliola. La badante ha aggiunto dei polpi freschi e un’orata da circa un chilogrammo. Non si sa chi li mangerà: di certo non la signora anziana, sulla sedia a rotelle e con la bombola e le cannule al naso per l’ossigeno. Hanno scelto, preso il pre-scontrino, pagato e sono uscite, dimenticandosi la spesa fatta.

Probabile che appena tornate a casa si siano ricordate della dimenticanza. Magari per il pranzo ora in ritardo sulla tabella di marcia della giornata, più semplicemente segnando su un taccuino le uscite di denaro, contabilità spicciola di una famiglia.

La ragazza è tornata di corsa circa un’ora dopo, affannata, il seno grosso che ballava nella maglia aderente, il sedere pronto ad allargarsi alla prima gravidanza. Un fisico per nulla adatto a sopportare sei anni di bulimia, cederebbe immediatamente a smagliature e avambracci cascanti. Allo sguardo cattivo s’era aggiunto un sorriso schifoso, di difesa, lei straniera a reclamare quanto di sua proprietà, i polpi e l’orata e la sogliola e il palombo, contro noi indigeni pronti a dirle che il sacchetto era stato ritirato e che si sbagliava, voleva fare la furba forse?

Come è entrata le ho sporto la spesa dimenticata. Lei s’è ricordata di sorridere mesta come il suo ruolo richiede. Poi è corsa via, magari sperando di essersi scordata di cambiare la bombola d’ossigeno all’anziana signora.

#5 – tempi di conversazione

•agosto 31, 2007 • 2 commenti

Il dente che mi si ruppe esattamente ventidue anni e un mese fa, riparato di corsa, è definitivamente saltato.
È venuta via la capsula, oppure il corpo, la massa, il tutto, così, semplicemente, neanche addentando del torrone oppure sgranocchiando una costata alla fiorentina. No, assieme a un biscotto ammollato nel the. Persino ridicolo, da non raccontare troppo in giro.
Guardo i denti dei pesci. Sono aguzzi.
Il molare mi si ruppe a casa della zia del mare. Trascorrevo le vacanze scolastiche da lei. Andavo poco al mare, però. Non mi lasciava, di solito, mia zia.
Quell’estate mi ribellai e iniziai ad andare in spiaggia, da sola, jeans e maglietta, che a mettere il pareo era troppo da adulti. E le superga. E l’asciugamano sulla spalla. E un  libro. Mi annoiavo e tornavo subito indietro, il tempo di rivestirmi.
I pesci hanno denti aguzzi.
Una signora mi chiede come cucinare gli anelli di calamaro.
Se può congelarli.
Certo, rispondo.
Noi lo facciamo tutti i giorni, li congeliamo e scongeliamo e ricongeliamo, non vedo perché non dovrebbe farlo la signora.
Mi si ruppe il molare, improvvisamente, tornando a casa, sulla stradina che costeggia Villa Faraggiana. Non ricordo di aver sentito male. Ricordo di aver avuto male di sentir dolore. La zia mi spedì immediatamente dal dentista a Savona, assieme a sua figlia, mia cugina. Ricordo che era un uomo molto bello, il dentista. Che il tutto costò sessantamilalire. Che rubai dalla scatola dove mia zia teneva i soldi.
Passo la lingua sul piccolo spuntone lasciato dal molare devitalizzato, tagliandomi,  sento il sapore del sangue in bocca.